Il pensiero strisciante di Draghi per una Banca centrale europea stile Fed

Mario Draghi non parla in pubblico da più di due settimane, fatta eccezione per l’intervista dello scorso fine settimana rilasciata al Monde. Eppure nelle ultime 48 ore – in contemporanea con l’intensificarsi della pressione dei mercati sull’Eurozona – la mole di articoli di stampa, report di analisti e dichiarazioni pubbliche che riguardano il presidente della Banca centrale europea è cresciuta d’improvviso in maniera abnorme. Segno che, comunque la si pensi sul ruolo dell’Istituto centrale con sede a Francoforte, sull’Eurotower si stanno concentrando di nuovo le attese di investitori, governi e opinione pubblica di tutta Europa. Leggi Draghi dal multiforme ingegno di Giulio Napolitano
24 LUG 12
Ultimo aggiornamento: 16:39 | 10 AGO 20
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Mario Draghi non parla in pubblico da più di due settimane, fatta eccezione per l’intervista dello scorso fine settimana rilasciata al Monde. Eppure nelle ultime 48 ore – in contemporanea con l’intensificarsi della pressione dei mercati sull’Eurozona – la mole di articoli di stampa, report di analisti e dichiarazioni pubbliche che riguardano il presidente della Banca centrale europea è cresciuta d’improvviso in maniera abnorme. Segno che, comunque la si pensi sul ruolo dell’Istituto centrale con sede a Francoforte, sull’Eurotower si stanno concentrando di nuovo le attese di investitori, governi e opinione pubblica di tutta Europa. Solo la Bce, è il ragionamento di un numero crescente di osservatori, è ormai in grado di respingere l’assalto degli speculatori o comunque interrompere l’effetto contagio (o domino?) che promanava fino a qualche giorno fa dalla Grecia e negli ultimi giorni anche dalla Spagna.
Pure a Francoforte, d’altronde, qualcosa si starebbe muovendo: “Il Consiglio dei governatori della Banca centrale europea sta discutendo misure che fino a pochi mesi fa sarebbero apparse impensabili – ha scritto ieri sul Corriere della Sera Federico Fubini – Come hanno già fatto la Federal reserve americana, la Banca d’Inghilterra o la Banca del Giappone, anche l’Eurotower a questo punto valuta se tentare misure molto poco convenzionali per la sua storia”. Dopo una prima fase di assistenza mirata (in tandem con tutti i governi Ue) per pochi stati dell’Eurozona in difficoltà, superato poi la scorsa estate il tabù dell’acquisto un po’ più diffuso (ma comunque limitato) di titoli di stato di Italia e Spagna per supplire alle indecisioni delle cancellerie Ue, e sperimentata infine a partire da dicembre una forma di finanziamento illimitato a basso costo alle banche private dell’area, ora a Francoforte la discussione si starebbe spingendo addirittura oltre. L’ispirazione viene da oltreoceano, dalla Fed americana, o quantomeno da oltemanica, dalla Bank of England, e infatti l’espressione con la quale i mercati si riferiscono al nuovo bazooka è di origine anglosassone: “Quantitative easing”, ovvero – spiegava ancora una volta Fubini ieri sul Corriere – “facilitazione delle condizioni del credito grazie all’aumento della quantità di moneta”. Si stamperebbero nuovi euro, insomma.
Ieri anche Richard Barley, columnist del Wall Street Journal, in una delle rubriche più seguite tra gli investitori mondiali (“Heard on the Street”), annoverava questa ipotesi tra le opzioni ormai sul tavolo di Francoforte, pur rimanendo scettico sulla sua utilità: “Alcuni hanno sostenuto che la Bce dovrebbe andare ancora oltre e mettere esplicitamente un tetto agli interessi sul debito di Spagna e Italia, così come ha fatto la Banca nazionale svizzera per limitare l’apprezzamento del franco rispetto all’euro. Ma, per essere credibile – sostiene Barley riferendosi all’Eurotower – questo dovrebbe essere un impegno senza limiti ad acquistare (titoli di stato, ndr), esattamente come fa la Banca centrale svizzera”. D’altronde le obiezioni del quotidiano di Murdoch, come anche di molti liberisti ortodossi e soprattutto degli esponenti della Bundesbank e del governo di Berlino, sono note: l’acquisto di titoli di stato senza limiti sarebbe di fatto un modo per camuffare la mutualizzazione del debito tra i paesi dell’Eurozona. In questo caso a minacciare l’uscita dall’euro potrebbero essere addirittura alcuni paesi dell’Europa del nord, ostili all’idea di mettere sulle spalle dei propri contribuenti i rischi assunti da altri paesi.
Il confronto di idee, d’altronde, non è più appannaggio dei soli opinionisti o dei trader. Dopo le esternazioni del fine settimana da parte del governo spagnolo, secondo cui Draghi è “l’unico a poter scommettere” sulla moneta unica, ieri anche il ministro dello Sviluppo italiano, Corrado Passera, ha detto che “un segnale sullo spread lo deve dare l’Europa”. E due giorni fa era stato il premier italiano Mario Monti, notoriamente in contatto continuo con Draghi, a riconoscere che un salto di qualità avverrebbe nel caso in cui la Bce sostenesse con le sue risorse i Fondi salva stati attuali. E se così parla anche “il più tedesco degli economisti italiani”, come si definì Monti qualche mese fa, vuol dire che un altro tabù è quantomeno sfidato.
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